Il benessere sta rischiando di diventare una forma di prestazione. La disponibilità infinita di app, podcast, ritiri, pratiche guidate apre le porte a queste forme di pratiche quasi come una "moda" del periodo di vita che stiamo vivendo. Il messaggio che arriva è chiaro: rallenta, respira, torna al presente.

Viviamo in un’epoca in cui imparare a rallentare sembra diventato essenziale per sopravvivere.
Siamo stanchi, iperstimolati, continuamente esposti a richieste, notifiche, performance, aspettative. La meditazione, il lavoro sul respiro, l’ascolto del corpo e le pratiche contemplative possono aiutarci a interrompere automatismi profondi, a regolare il sistema nervoso e a recuperare uno spazio interno più stabile. Anche nello yoga, lo scopo della pratica si avvicina alla ricerca di presenza e riconnessione con sé.

Tutto questo ha un valore autentico.

Ma esiste una domanda che raramente ci poniamo:

cosa succede quando la calma diventa una strategia per non sentire?

Perché non sempre il silenzio interiore coincide con la pace.
Non sempre il distacco è consapevolezza.
E non sempre “stare nel presente” significa essere davvero in contatto con la propria esperienza.

A volte la mindfulness viene usata — inconsapevolmente — per contenere emozioni che spaventano, anestetizzare conflitti profondi o adattarsi a situazioni che invece avrebbero bisogno di essere trasformate.

La pratica allora smette di essere uno spazio di incontro con sé e diventa una forma sofisticata di evitamento.

Non un errore della mindfulness in sé, ma un uso difensivo della consapevolezza.

Ed è proprio qui che il dialogo tra psicoterapia e yoga diventa fondamentale: perché la presenza autentica non consiste soltanto nel calmare la mente, ma anche nel riuscire a restare in contatto con ciò che è vivo, scomodo e vero dentro di noi.

E in molti casi funziona davvero.

Ci sono persone che meditano ogni giorno ma non riescono più a sentire cosa desiderano davvero. Persone capaci di osservare ogni emozione senza mai attraversarla fino in fondo. Persone molto “centrate” all’esterno, ma scollegate internamente.

Non si evita più attraverso il rumore, la distrazione o l’iperattività.
Si evita attraverso il silenzio.

In psicologia si usa talvolta il termine spiritual bypass per descrivere l’uso di pratiche spirituali o contemplative come modo per evitare conflitti emotivi irrisolti.

Succede quando:

  • si usa l’accettazione per non mettere limiti,

  • si parla di “lasciar andare” per non affrontare una ferita,

  • si osservano le emozioni senza mai dare loro voce,

  • si ricerca continuamente pace interiore per non entrare nel conflitto reale della vita.

La pratica allora non diventa uno spazio di verità, ma di adattamento.

Una forma elegante di auto-anestesia.

Nel lavoro terapeutico capita spesso di incontrare persone molto abili nella regolazione.

Sanno respirare profondamente. Sanno calmare il sistema nervoso. Sanno “stare con ciò che c’è”.

Ma non riescono a dire:

  • “questa relazione mi fa male”,

  • “sono arrabbiato”,

  • “ho bisogno di qualcosa”,

  • “non voglio più vivere così”.

La mindfulness, in questi casi, viene usata per tollerare ciò che dovrebbe essere trasformato.

E questo è un punto delicato anche nel mondo dello yoga.

Perché alcune pratiche corporee e meditative possono aumentare la capacità di contenimento senza aumentare necessariamente la capacità di autenticità.

Spesso immaginiamo la presenza come uno stato tranquillo, armonioso, silenzioso.

Ma la presenza autentica è molto più viva e destabilizzante.

Essere presenti può significare:

  • sentire una rabbia che avevamo spiritualizzato,

  • riconoscere una tristezza che avevamo meditato via,

  • accorgerci che stiamo vivendo per adattamento,

  • percepire il bisogno di cambiare qualcosa,

  • entrare finalmente in contatto con un desiderio represso.

A volte il primo effetto della consapevolezza non è la pace.

È il lutto.

Per alcune persone — soprattutto con storie traumatiche o esperienze di dissociazione — il contatto diretto con il corpo e con il presente può essere inizialmente destabilizzante.

Non sempre “stare nel qui e ora” è immediatamente sicuro.

Per questo la mindfulness dovrebbe essere proposta con sensibilità, gradualità e integrazione relazionale. Non come tecnica universale da applicare indistintamente, ma come pratica che richiede ascolto, contesto e capacità di adattamento.

A volte una persona non ha bisogno di osservare meglio ciò che sente.

Ha bisogno di sentirsi abbastanza al sicuro da poterlo vivere.

Respirare non basta

Il respiro è fondamentale.
Ma non basta respirare profondamente per essere in contatto con sé.

La consapevolezza reale non coincide con l’assenza di disagio.
Coincide con una maggiore capacità di stare nella verità della propria esperienza.

E questa verità, a volte, ci chiede azioni concrete:

  • mettere confini,

  • interrompere dinamiche nocive,

  • attraversare il conflitto,

  • tollerare il cambiamento,

  • smettere di adattarci continuamente.

La pratica, allora, smette di essere una fuga raffinata dal dolore e torna a essere ciò che dovrebbe essere:

un modo per abitare la propria vita con più presenza, più vulnerabilità e più verità.

Dott.ssa Marika Gesuè

Psicoterapeuta cognitivo comportamentale

Insegnate certificato Yoga Mindfulness